Le illusioni ottiche

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Gli esseri umani sono una specie altamente dipendente dal senso della vista ed usano gli occhi costantemente per valutare il mondo circostante. La luce è una forma di energia elettromagnetica che entra nei nostri occhi ed agisce sui fotorecettori posti sulla retina. Questo dà l’avvio a processi attraverso i quali vengono generati impulsi neurali che attraversano i percorsi e le reti di quelle parti del cervello dedicate alla visione, o cervello visivo. La luce che colpisce l’occhio è messa a fuoco dal cristallino sulla retina. I suoi recettori rilevano l’energia luminosa e, attraverso un processo di trasduzione, generano i potenziali d’azione che viaggiano poi lungo il nervo ottico. 

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La superficie sensibile dell’occhio e’ costituita dai fotorecettori (i bastoncelli ed i coni), il cui compito è quello di trasformare in impulsi elettrici le informazioni ricevute dalle reazioni fotochimiche. Quando la luce colpisce la retina, passa circa un decimo di  secondo, prima che il cervello traduca il segnale percepito in informazione visiva del mondo circostante. Il nostro inconscio cognitivo sulla base dell’esperienza, “scommette” che le cose stiano in un certo modo e quindi aggira l’incertezza facendoci cadere nella trappola delle illusioni ottiche. Il ricercatore M.  Changizi del Rensselaer Polytechnic Institute di New York sostiene che il nostro sistema visivo si è evoluto per compensare questi ritardi neurali, generando delle immagini di ciò che accadrà nella prossima frazione di secondo. Questa innata “veggenza futura” che possediamo è, oltre che fonte di illusioni ottiche, il modo di vedere il presente in cui viviamo.  Possiamo permetterci di afferrare una palla al volo senza prenderla sul faccione! 

ILLUSIONI OTTICHE GEOMETRICHE

La teoria della lungimiranza può spiegare molte illusioni visive comuni come le illusioni ottiche geometriche: le illusioni di Hering in cui due linee orizzontali sono parallele, ma appaiono convesse al centro; Sebbene la figura sia statica si percepisce una falsa curvatura.

hering ILLUSIONE DI HERING

Le illusioni ottiche funzionano come dei giudizi intuitivi, quei giudizi approssimativi che applichiamo nella vita di tutti i giorni. In ogni situazione in cui ci troviamo a confrontarci con un’informazione insufficiente, ci manchi la voglia o il tempo per ragionarci su, “scommettiamo” che le cose stiano in un certo modo. 

La griglia di Hermann è un’illusione ottica descritta da Ludimar Hermann nel 1870 dopo avere letto Sound di John Tyndall. La griglia è costituita da un reticolo di linee bianche spesse su sfondo nero. All’intersezione tra le linee bianche appaiono delle aree grigie che in realtà non esistono. Il fenomeno può essere spiegato con un meccanismo neurologico detto inibizione laterale. L’intensità di un punto percepita dallocchio non è semplicemente quella percepita da un singolo neurone, ma è il risultato dell’interazione di un gruppo di recettori che costituiscono il campo recettivo. Il centro del centro recettivo ha valore eccitatorio sul segnale nervoso prodotto, mentre i recettori circostanti hanno attività inibitoria. Poiché nella griglia di Hermann il punto di incrocio tra due linee è circondato da un’intensità luminosa totale maggiore, rispetto agli altri punti delle linee, ciò comporta un maggiore effetto inibitorio dovuto ai recettori periferici e l’area appare più scura.

illusion1GRIGLIA DI HERMANN

La stanza di Ames è una camera dalla forma distorta in modo tale da creare un’illusione ottica di alterazione della prospettiva. Ideata nel 1946 dal Dottor Ames, oftalmologo, la stanza appare a base rettangolare. In realtà, è costruita su base trapezoidale, con soffitto inclinato e pareti divergenti. Proprio per la sua conformazione, l’effetto finale fa si che, osservando una persona camminare da un angolo all’ altro della stanza, questa sembrerà ingrandirsi o rimpicciolirsi ad ogni passo.

FL6CameraAmes1 CAMERA DI AMES

300px-Ames_room-it.svgCAMERA DI AMES – DISEGNO

La figura di Müller-Lyer è un’illusione visiva che consiste nella differente percezione della lunghezza delle linee, o segmenti. La percezione che si può avere è di osservare una linea e giudicarla più lunga o più corta a seconda che essa termini con la presenza di due segmenti inclinati a circa +/-45° o +/-135°, formanti un angolo acuto (tipo di configurazione “in”) oppure ottuso (tipo di configurazione “out”). Questa è un’illusione di lunghezza e a seconda del tipo e della grandezza delle parti terminali presenti la linea percepita quantitativamente più corta o più lunga. La configurazione con due terminali è un tipo d’illusione di grandezza rispettivamente in espansione o in compressione, a seconda che siano presenti angoli ottusi o acuti. Essendo questa illusione simmetrica e bilaterale, nella divisione a metà del segmento non potranno essere commessi errori. Esistono anche illusioni che sfruttano lo stesso principio ma unilateralmente, nelle quali solo in un lato della linea è presente il terminale che crea l’effetto illusorio. In questo caso l’illusione non è più simmetrica e la divisione a metà della linea segue l’effetto illusorio cioè: spostamento opposto rispetto ai terminali per angoli acuti e spostamento verso il terminale illusorio per angoli ottusi. L’illusione che risulta dalla sovrapposizione di due illusioni di Müller-Lyer, una in compressione ed una in espansione viene definita come illusione di Brentano. In essa la presenza dei due tipi d’illusione contemporaneamente nella figura causa lo spostamento percettivo della metà della linea.

img2ILLUSIONE DI MULLER-LYER

ILLUSIONI OTTICHE PROSPETTICHE

Per rappresentare le immagini tridimensionali su una superficie piatta si utilizzano tecniche dI proiezione prospettica. In alcune situazioni però la rappresentazione è ambigua, ed il cervello umano tende a costruire la rappresentazione ritenuta più normale, oppure rimane incerto tra due possibili situazioni, come nel cubo di Necker. Si hanno i paradossi prospettici.

Il cubo di Necker è una rappresentazione bidimensionale ambigua. Si tratta di una struttura a linee che corrisponde a una proiezione isometrica di un cubo. Gli incroci tra due linee non evidenziano quale linea si trovi sopra l’altra e quale sotto. L’effetto è interessante perché ogni parte della figura è ambigua per sé stessa e il sistema percettivo umano dà un’interpretazione delle parti tale da rendere l’intera figura congruente. Il cubo di Necker è a volte usato per testare i modelli informatici della visione umana, per comprendere se è in grado di dare un’interpretazione congruente dell’immagine allo stesso modo dell’uomo.

neuroscienze11CUBO DI NECKER

ILLUSIONI OTTICHE PERCETTIVE

Illusioni percettive: ciò che deriva dagli organi di senso non corrisponde a ciò che la nostra mente vede.

TEORIA GESTALT O PSICOLOGIA DELLA FORMA

La psicologia della Gestalt rifiuta di suddividere l’esperienza umana nelle sue componenti elementari e tende a considerare l’interezza più che le singole componenti. Quello che noi sentiamo è il risultato di una precisa organizzazione. I medesimi principi di organizzazione guidano anche i nostri processi di pensiero. Quindi la percezione non è preceduta dalla sensazione ma è piuttosto un processo immediato, non influenzato dalle passate esperienze e deriva da una combinazione organizzata delle diverse componenti di uno stimolo. I principali fattori che determinano il raggruppamento percettivo, e la composizione di elementi in interi, che rappresentano i principi alla base della teoria della Gestalt si raggruppano in: 
IL RAPPORTO TRA FIGURA E SFONDO 
CHIUSURA 
CONTINUAZIONE 
PROSSIMITA’ 
SOMIGLIANZA 
COMUNE DESTINO 
PARALLELISMO 
REGIONE COMUNE 
SIMMETRIA

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ESEMPI APPLICAZIONE PRINCIPIO RAPPORTO FIGURA SFONDO

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Principi gestaltisti

CHIUSURA – Le parti mancanti di un oggetto tendono ad essere completate.

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ORGANIZZAZIONE FIGURA-SFONDO

•La figura ha forma, mentre lo sfondo è amorfo.
•La figura è dotata di colore oggettuale, non penetrabile, mentre lo sfondo sembra una
non-cosa, è penetrabile.
•La figura è localizzabile in profondità, lo sfondo è collocato a distanza indefinita
•La figura ha risalto e colpisce l’attenzione

Un esempio di illusione percettiva, per esempio, riguarda le dimensioni della luna. In base alla posizione, le dimensioni sembrano cambiare. Ad esempio se è vicina alla linea dell’orizzonte sembra piccola, invece man mano che si avvicina a noi sembra ingrandirsi notte dopo notte.

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ILLUSIONI DI COLORE E CONTRASTO

Le illusioni di colore e di contrasto sono giochi di contrasto tra i colori di una figura, che solitamente ingannano l’osservatore, poichè nonostante i due colori siano identici, nel contesto, appaiono diversi. 

checkershadow_illusion-thumbSCACCHIERA DI ADELSON

ILLUSIONI OTTICHE DI IRRADIAZIONE

Uno studio ha individuato nella nostra rete neuronale la ragione per cui guardiamo in maniera differente qualcosa di chiaro o qualcosa di scuro: sostanzialmente, sono state rilevate delle differenze all’interno dei canali che collegano la retina al talamo – che per intenderci portano lo stimolo visivo dall’occhio al cervello – e tali differenze sarebbero responsabili della percezione non identica degli stimoli luminosi o non luminosi. Nell’analizzare le reazioni delle cellule del sistema visivo a input di diversa entità luminosa, i ricercatori hanno riscontrato come lo stimolo scuro porti l’occhio a concentrarsi e a registrare con maggiore precisione, con una risoluzione più alta diremmo, i dettagli di quanto guardato. Viceversa, uno stimolo luminoso tende a produrre una risposta “esagerata” che confonde, facendo così apparire l’oggetto più grande.

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ILLUSIONI OTTICHE ANAMORFICHE

L’anamorfismo è un effetto di illusione ottica per cui un’immagine viene proiettata sul piano in modo distorto, rendendo il soggetto originale riconoscibile solamente guardando l’immagine da una posizione precisa (anamorfosi: dal greco ἀναμόρϕωσις, composto di ana– e mórfosis= forma ricostruita).

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ILLUSIONI OTTICHE DI MOVIMENTO

In queste illusioni si percepisce un movimento di alcuni elementi dell’immagine che ovviamente, essendo stampati su un foglio di carta sono necessariamente immobili.

illusione9 ROTOSERPENTONE

L’op art sfrutta accostamenti di forme e colori per ingannare l’occhio e il cervello e dare vita a immagini davvero spettacolari e ipnotiche. I principi che regolano questo tipo d’illusione ottica fanno leva sulla fisiologia dell’occhio e sui meccanismi cerebrali che regolano la visione. Un  gruppo di scienziati, in seguito ad una serie di esperimenti, sono giunti alla conclusione che la sensazione di movimento è creata da una sorta di micro movimenti oculari.

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FABRIC ATTRACTIVE il /*tessuto elettromagnetico

RICERCA | ELETTROMAGNETISMO

In fisica , in particolare nel magnetismo, il campo magnetico è un campo vettoriale solenoidale generato nello spazio dal moto di una carica elettrica o da un campo elettrico variabile nel tempo. Insieme al campo elettrico esso costituisce il campo elettromagnetico, responsabile dell’interazione elettromagnetica.

Nel video è presente la descrizione per ricreare un elettro-magnete casalingo.

IPOTESI DI PROGETTO | Tessuto attraente

Tramite l’osservazione dell’esperimento e con la consapevolezza che i metalli trattati possono essere ridotti in sezioni piccolissime (pari a pochi decimi di millimetro), ho provato a ipotizzare applicazioni dello stesso nell’ambito dei tessuti, provando a realizzare un tessuto attrattivo.

Cosa e/ perchè un TESSUTO ATTRAENTE?

Prendendo spunto dalle ricerche degli esercizi precedenti, l’intento è quello di creare un macro-campione di un tessuto elettromagnetico.

Questo tessuto elettromagnetico sarà composto da:
-un filo in materiale ferromagnetico avvolto da un altro filo in rame;
-un interruttore;
-4 pila da 5 volt.

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L’esercizio consiste nella possibilità di creare una rete (o texture) formata dai fili elettromagnetici ricoperti di rame. Questi fili sono collegati alla corrente pari a 5 volt tramite interruttore.
Nel momento in cui il meccanismo verrà attivato si darà vita a un campo elettromagnetico, facendo diventare magnetica la nostra struttura. Si darà così una vita a un tessuto elettromagnetico.

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In cosa potrà essere utilizzato?

Può essere utilizzato in diversi ambiti tra i quali:
-abbigliamento;
-lavoro,
-sport;
-medicina;
-cucina.

Il fatto di avere una chiusura magnetica instrinseca nel tessuto permette di avere spazi ridotti e meno invasivi per quanto riguarda la chiusura stessa, e quindi particolarmente adatta nel campo dell’abbigliamento.

Il tessuto è utilizzabile in tutti quei lavori di precisione aventi piccoli componenti di pezzi ferromagnetici (viti, piccole saldature, protesi dentarie, ecc) e per il modellismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL COLORE _ correzione cromatica /il contrasto di simultaneità

Cos’è il colore?

Il colore nasce dalla luce

La luce che colpisce un oggetto viene parzialmente riflessa a seconda del colore. La parte riflessa viene trasmessa ai recettori cromatici all’interno dell’occhio umano.

Questi ultimi trasformano la luce riflessa in impulsi che percorrono le vie nervose fino a raggiungere il cervello, nel quale vengono interpretati: nasce così un’impressione cromatica.

Dal punto di vista prettamente biologico il colore si genera pertanto nell’occhio dell’osservatore e costituisce un’impressione sensoriale.

Ciascun individuo “percepisce” il colore in modo differente.

Tale fenomeno non è riconducibile solamente al fatto che non esistono mai occhi uguali tra loro. Anche l’interpretazione del colore varia infatti da individuo ad individuo. Perfino la stessa persona può percepire differentemente il colore in momenti diversi ed in base allo stato d’animo. Il colore stesso può pertanto generare sensazioni differenti.

Alcuni individui percepiscono i colori a prescindere dalla luce. È questo il caso di una particolare forma di sinestesia, la percezione uditiva dei colori, che consente di abbinare suoni, armonie o musica a determinati colori: solitamente ai suoni più alti tonalità chiare, a quelli bassi una tonalità scure.

STORIA

Lo studio del colore ha interessato generazioni di studiosi. Da Platone a tutto il Medioevo le ipotesi e le teorie si sono moltiplicate, ma il fondatore della moderna scienza del colore è considerato l’inglese Isaac Newton (1642-1727), più noto per la scoperta delle leggi che governano la gravitazione.

Il primo importante concetto introdotto da Newton riguarda il fatto che è sempre necessario distinguere fra mondo fisico (nel quale tutto è oggettivo e misurabile) e mondo della percezione (nel quale tutto è soggettivo e non misurabile). L’idea non è nuova, ma Newton l’ha precisata e l’ha messa alla base della propria teoria sul colore.

La seconda importante osservazione di Newton è che la luce (del sole, ma anche di qualunque altra sorgente) è composta di radiazioni diverse, ognuna di diversa intensità. Le singole radiazioni e le relative intensità sono messe in evidenza dalla scomposizione che un prisma di vetro può fare della luce. Ognuna delle singole radiazioni, se arriva all’occhio separatamente, causa la percezione di un determinato colore, più o meno brillante secondo la relativa intensità.

Newton dimostrò così che la luce che ci appare bianca non è in sé monocromatica, ma è la somma di una serie di raggi, ciascuno dei quali ha una differente lunghezza d’onda.

A Newton si deve anche il primo modello di rappresentazione del colore, un cerchio che ha al centro il bianco e lungo la circonferenza, ordinatamente disposti, i colori scomposti dal prisma. I due colori agli estremi dello spettro visibile, il rosso e il violetto, sono giustapposti sulla circonferenza in modo da creare una transizione continua. Sette sono i colori principali in questo modello: rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto.

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IL CONTRASTO DI SIMULTANEITA’

Verso il 1840 Chevreul scoprì il fenomeno definito «contrasto simultaneo reciproco» , anch’esso basato sulla complementarità. Ogni colore infatti può produrre simultaneamente il proprio contrario e l’effetto risulta tanto più forte quanto più dura l’osservazione del colore dominante, e quanto più questo è luminoso.

Secondo le leggi che descrivono questo fenomeno, quando la retina è colpita in una certa zona da una tonalità di colore, nelle zone circostanti verrà vista la tonalità complementare. Proprio per questo Aspetto esclusivamente percettivo è stato affermato che «la realtà di un colore non coincide sempre con il suo effetto». Già Goethe aveva sostenuto che «solo il contrasto simultaneo rende il colore idoneo a un impiego estetico» .

Su questo fenomeno hanno lavorato, sperimentato e speculato taluni operatori, ad esempio Victor Vasarely , producendo effetti e vibrazioni dinamiche dei colori complementari, talvolta fino al limiti di rottura della percezione. Si è così imparato a valorizzare la legge dei contrasti per imprimere maggior risalto a un determinato soggetto. Il giallo sembra molto più giallo vicino al viola e il viola raggiunge il massimo risalto vicino al giallo, cosi il blu vicino all’arancio e viceversa. Per rafforzare l’effetto di contrasto si può ricorrere all’ausilio del contrasto di quantità.

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ESERCITAZIONE IN CLASSE corso product / interior _2014

«I nostri sensi valutano sempre e solo mediante i confronti»

«Riconosciamo che una linea è lunga soltanto quando essa è messa a confronto con una più corta. Allo stesso modo, effetti cromatici possono venire potenziati o indeboliti dai colori che Ii contrastano.»

DESCRIZIONE ESERCIZIO

Applicare il principio di simultaneità col fine di attivare un processo di correzione cromatica. 

Selezionare due cartoncini dello stesso colore ma di tonalità diversa e produrre delle tessere di formato due per due centimetri e due cartoncini di colore diverso di formato A4. Posizionare le tessere al centro dei due diversi a4 e verificare se il colore delle due tessere risulta il medesimo. Se così fosse l’esercizio sarà stato svolto correttamente.

CORRETTA ESECUZIONE DELL’ESERCIZIO

L’esercizio è stato eseguito correttamente se, per quanto riguarda le tessere, lo studente non ha scelto colori che fanno parte dei primari.Per quanto riguarda lo sfondo, invece, risulta fondamentale la scelta dei colori primari e non, la cui unione è il risultato è il colore della tesserina centrale o contenerne almeno varianti dello stesso colore.

esempio: -prendere due tesserine verdi (una verde chiaro, l’altra verde scuro); -prendere un A4 giallo e un A4 blu; -attaccare entrambe le tesserine al centro del cartoncino usato per sfondo; In questo caso l’esercizio è coretto perchè la tesserina chiara aquisirà dello scuro dalla percentuale di blu data dall sfondo e quella scura dal giallo, mettendo così in atto una correzione cromatica sulla tesserina che percepiremo nello stesso identico modo in entrambe le tavole.

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ESECUZIONE NON CORRETTA DELL’ESERCIZIO/CORREZIONE

Alcuni studenti non hanno eseguito in maniera corretta l’esercizio ma il risultato percepito sembra lo stesso semplicemente perchè le tesserine sono dello stesso colore invece di essere di tonalità diverse. Questo ha fatto si che in alcuni casi sia avvenuta la situazione contraria facendo cambiare così la percezione della tesserina accentuandone la diversità cromatica.

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Lampade per coltivazione indoor (a cura di Marco Boccellato, con aggiunte di Jonni Bongallino)

La coltivazione indoor consiste nel far vivere e crescere in un ambiente chiuso, come può essere una casa, delle piante. La coltivazione indoor si divide in tre diverse scuole: Coltivazione in Terra, Idroponica e Aeroponica; nelle quali cambia sostanzialmente la base dalla quale la piante attinge i propri nutrimenti.

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L’elemento che accomuna tutte le coltivazioni indoor è l’illuminazione, costituito da lampade studiate appositamente per emettere raggi luminosi favorevoli allo sviluppo della vegetazione.

Queste lampade hanno il difetto di consumare notevoli quantità di energia e per questo motivo consiglio di rivolgersi alla generazione di lampade per coltivazione a risparmio energetico.

Le lampade da coltivazione standard (NON a risparmio energetico) sono le lampade HPS (High Pressure Sodium) appartengono alla categoria delle lampade a scarica, o lampade a luminescenza ad alta intensità (HID).

Queste lampade si basano sull’emissione di radiazioni elettromagnetiche da parte di un gas ionizzato. Questo processo avviene attraverso la produzione di una scarica elettrica.
Sono formate da un’ampolla di quarzo nel quale è contenuto il gas, che in realtà è il vapore di un elemento solido o liquido (come il sodio nel caso dell’HPS). La luce prodotta da questo tipo di lampade è di colore chiaro, ma tendente al giallo con elevati valori di rosso (circa 2500 gradi kelvin) ed hanno una vita di oltre 1500 ore.

Le lampade CFL invece, sono fluorescenti esattamente come quelle non specifiche per coltivazione.

La lampada fluorescente è una lampada a scarica in cui l’emissione luminosa è indiretta, perché l’emittente non è il gas ionizzato, ma un materiale fluorescente.

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A differenza di una lampada a incandescenza, quella a fluorescenza non può essere collegata direttamente alla rete, perché la lampada deve essere alimentata in limitazione di corrente e occorre una sovratensione che agevoli l’innesco. Per questo motivo si pone in serie alla lampada un dispositivo ad hoc, di norma un induttore (chiamato anche reattore).

Pro e contro

Le lampade fluorescenti hanno una vita media maggiore rispetto a quelle a incandescenza, ma la loro durata può essere fortemente influenzata dal numero di accensioni e spegnimenti, a meno che non si usi un pilotaggio elettronico: ognuna di queste operazioni, infatti, riduce la vita della lampada, a causa dell’usura subita dagli elettrodi per il maggior numero di preriscaldamenti richiesti. Il valore fornito dalle aziende produttrici è generalmente calcolato con cicli di accensione di 8 ore e va dalle 12-15.000 ore delle lampade tubolari alle 5-6.000 ore delle lampade compatte.
Il pilotaggio elettronico, invece, grazie al preriscaldo controllato dei catodi (elettrodi), ne ritarda il danneggiamento, consentendo un numero di accensioni praticamente infinito (oltre 60.000) e la precisione del controllo ne estende la vita ad almeno 10.000 ore. A differenza delle lampade a incandescenza, queste lampade perdono leggermente in quantità di flusso luminoso emesso nel corso del tempo, inoltre per i modelli meno recenti (con il preriscaldo non controllato, ad esempio quello a risonanza capacitiva) di lampade compatte possono impiegare generalmente qualche minuto per arrivare al massimo di emissione possibile dopo l’accensione.

Le lampade CFL sono adatte per piccoli spazi in quanto emettono luce non troppo intensa. Queste lampade non producono troppo calore quandi normalmente si installano a pochi centimetri sopra la cima delle piante in modo da limitare al massimo la dissipazione luminosa (ovvero che l’intensità luminosa si attenui a causa del percorso che deve fare prima di arrivare alle foglie). Queste lampade sono ideali per spazi inferiori a 0,8 metri quadri per le fasi di germinazione e di crescita vegetativa, momenti in cui le piante non richiedono particolari intensità luminose e in cui normalmente si usano vasi più piccoli che permettono di raggruppare più piante in uno spazio limitato.

Tuttavia quando si passa in fioritura, si usano vasi più grossi, le piante hanno bisogno di molta più luce per fare fioriture complete e profuse e hanno bisogno di essere spaziate di più tra loro. In questo caso si possono usare lampade a scarica di tipo HPS (temperatura di colore a circa 2700K°, luce giallognola, ideale per la fioritura) e MH (a 4000K°, luce bianca fredda, ideale per la vegetativa). Queste lampade emettono quantità di luce molto maggiori rispetto alle CFL ma anche calore. Per questo motivo bisogna ricordarsi di mantenere una distanza minima tra la lampada e le piante in modo che queste non vengano bruciate nelle parti alte. Se si usano lampade a scarica è sempre importante considerare l’altezza del proprio spazio di coltivazione in modo da essere sicuri che ci sia abbastanza spazio verticale per farci stare tutto.

LAMPADE LED : per la coltivazione in door

Jonni Bongallino APLIMENTO DELL ARGOMENTO lampade per la coltivazione indoor

Usare lampade a LED per far crescere le piante quando la luce solare non è disponibile? Questa tecnologia di illuminazione può rivelarsi molto vantaggiosa: i led sono efficienti, a basso consumo energetico, scaldano poco e durano moltissimo.

Come funzionano?
Ogni pigmento delle piante assorbe alcuni colori di luce meglio di altri. La clorofilla assorbe molto bene la luce rossa e quella blu, ma non quella verde; dato che la pianta utilizza la clorofilla per la fotosintesi, questo processo risulta più efficiente con luce rossa e blu che con l’equivalente di luce verde. 

 

Spetro di assorbimento della luce e fotosintesi clorofiliana

Le classiche lampade di crescita (HID, incandescenza, fluorescenza), utilizzate per coltivazioni indoor, producono una luce con lunghezza d’onda da 380 nm (lampade UV) a circa 880 nm (lampade a infrarossi). Le piante utilizzano lunghezze d’onda da 400 nm (luce blu) a 700 nm (luce rossa) dunque tutte le normali lampade di  crescita emettono una buona parte di luce che le piante non sfruttano efficacemente.

 

 

 

Vi sono inoltre altri svantaggi nell’uso di lampade normali:
– il calore emesso che impedisce di collocare la fonte di luce troppo vicino alle piante
– l’elevato consumo energetico
– la durata della fonte di luce ( i neon andrebbero sostituiti ogni anno perchè perdono la loro luminosità)

Da pochi anni si stanno sperimentando coltivazioni indoor con lampade a LED (Light Emitting Diode), li ha utilizzati anche la NASA per illuminare colture idroponiche nello spazio!

Non presentano tutti gli svantaggi delle tradizionali lampade, ma molti benefici:
consumi bassissimi di energia ( si può risparmiare fino al 90% rispetto ad una normale lampada a incandescenza o fluorescenza)
durata elevata (dagli 8 ai 15 anni di vita)
poco calore emesso ( si evitano così problemi di surriscaldamento, consentendo di posizionare le luci vicino alle piante)
basse tensioni di alimentazione, come 12 Volt
copertura uniforme delle superfici illuminate, grazie all’angolo di proiezione della luce
– possibilità di sperimentare differenti combinazioni di colori (proporzione variabile fra luci rosse e blu)

Il pannello di LED autocostruito in funzione

In vendita si possono trovare pannelli di LED costruiti a questo scopo, relativamente economici (un pannello da 900 LED misti circa 120 euro). Basta una semplice ricerca in internet (cercando “LED grow lamp”).

E POSSIBILE RIPRODURNE UNA VERSIONE CASALINGA

 SI utilizzando piccoli pannelli a LED, in modo da poter sperimentare questa innovativa tecnologia di illuminazione sulle mie piante carnivore.

Ecco quello che si potrebbe utilizzare per  la realizzazione di un pannello luminoso di 48 LED alimentato a 12 Volt: una basetta preforata per circuiti, 12 LED blu ad alta luminosità (3.3V) con lunghezza d’onda di 465nm (nanometer), 36 LED rossi ad alta luminosità (2 V) con lunghezza d’onda di 650nm (nanometer), 4 resistenze da 120 ohms, 6 resistenze da 1 ohms, un alimentatore 12 V DC, un timer meccanico per gestire accensione e spegnimento delle luci, saldatore, filo e stagno.

Per calcolare il circuito e le resistenze ho utilizzato un comodo tool online con il quale si possono progettare altre varianti.

Circuito elettrico del pannello LED

Qui a destra il  circuito che in totale dissipa circa 2,5 W.

Come supporto per i pannelli luminosi ho riciclato un lampadario Ikea, che ha il vantaggio di essere dotato di due porta lampade orientabili in ogni direzione e movibili sulle guide di supporto, le quali servono anche per portare l’ alimentazione. La sicurezza dell’impianto è garantita dalla bassa tensione utilizzata, 12 Volt, che otteniamo dal trasformatore  la cui accensione è regolata dal semplice ed economico timer meccanico.

Dopo poco più di una settimana dalla realizzazione del terrario e dalla messa in funzione dell’illuminazione le piante carnivore sembrano gradire molto le luci.

Qui sotto potete vedere l’ impianto di illuminazione completo in funzione.

Impianto di illuminazione completo

Fonti: 

http://coltivazioneindoor.info

http://www.idroponica.it/

http://www.botanicaurbana.com/

http://it.wikipedia.org/wiki/Pagina_principale

http://www.enjoint.info/?p=249

LA FILATURA _

 

STORIA_

E’ ancora dubbio se nel paleolitico superiore si conoscesse la filatura; per certo sappiamo che già sul finire del neolitico erano diffuse la filatura e la tessitura della lana, prima fibra tessile utilizzata dall’uomo. Dal  III millennio a.C. la filatura mediante rocca e fuso era praticata in molte parti del mondo; in tale periodo vennero iniziate in Egitto filatura e tessitura del lino, in India quelle della canapa e del cotone, in Cina quelle della seta. La tecnica della filatura restò invariata fino al  XV sec., quando venne introdotto il fuso ad alette, grazie al quale fu possibile realizzare in seguito apparecchiature meccaniche. Le prime macchine comparvero nel XVIII sec.: nel 1748 fu brevettata dagli inglesi D. Bourn e L. Paul la prima macchina per la cardatura del cotone; nel 1769 R. Arkwright costruì il primo filatoio a lavoro continuo che sfruttava macchine semimeccaniche; nel 1780 venne realizzato il primo banco di stiro. R. Roberts costruì nel 1825 la prima macchina intermittente (self-acting) per la filatura vera e propria; W. Mason costruì nel 1833 il filatoio ad anelli e cursore (ring). Da tale data le macchine per la filatura vennero via via perfezionate fino a giungere alle macchine moderne, interamente automatizzate.

LA FILATURA del COTONE _

E’  la più nota, quasi esclusivamente usata per il cotone a fibra media tipo quello americano. Le operazioni di selezione (o cernita) comprendono: il passaggio del cotone in fiocchi su una macchina caricatrice-mescolatrice (o rompiballe) con la quale si effettua una prima apertura dei piani di fibra estratti dalle balle fortemente compresse ottenendo un’eliminazione superficiale delle impurità (sabbia, terra, polvere). Durante l’alimentazione di queste macchine si procede alla mischia dei cotoni di diverse qualità. All’uscita della macchina caricatrice-mescolatrice, il cotone è introdotto in successivi apritoi, dove viene strappato da punte metalliche in acciaio fissate su un piano rotante. Si ottiene così una sgrovigliatura maggiore della fibra e un’ulteriore eliminazione delle impurità (frammenti di foglie, capsule, ecc.) che vengono proiettate su griglie trasversali e rimosse da aspiratori d’aria. Successivamente il cotone passa attraverso i battitoi ove si migliora l’eliminazione degli scarti e dove le fibre riprendono la loro elasticità naturale mentre le impurità ancora presenti vengono asportate. All’uscita da queste macchine, il cotone si presenta come un velo di garza avvolto su rulli: questi veli devono essere regolari per peso e spessore per cui il battitoio è sempre munito, all’estremità, di un regolatore. Tutte queste prime macchine pulitrici sono sovente riunite in un solo blocco e collegate fra loro da condotti di lamiera entro i quali passano le fibre di cotone; la loro alimentazione è regolata da dispositivi elettronici o elettromeccanici per cui ciascuna macchina si mette automaticamente in moto dopo che la macchina precedente l’ha sufficientemente alimentata. Questo insieme di macchine rappresenta un ciclo di lavorazione ininterrotto, che consente una grande economia di manodopera in quanto può funzionare con la sorveglianza di un solo operaio. I rulli, con i veli di ovatta provenienti dai battitoi, vengono portati alle carde, sulle quali si conclude l’eliminazione delle più fini impurità sfuggite alle macchine precedenti; contemporaneamente si rendono perfettamente parallele le fibre che vengono raccolte sotto forma di nastri. All’uscita delle carde è indispensabile regolarizzare questi nastri sia come sezione sia come disposizione interna delle fibre: la regolarizzazione è di solito realizzata sui banchi di accoppiamento e stiro, con due passaggi successivi per meglio amalgamare le fibre. All’entrata dei banchi di stiro si dispongono alcuni nastri che vengono accoppiati e assimilati fra loro (generalmente in numero di sei-otto): un dispositivo meccanico controlla l’entrata dei nastri nella macchina, che si arresta automaticamente se uno di essi si interrompe; tutti i nastri subiscono una tensione fra i cilindri di stiro e sono poi raccolti in vasi di fibra. I nastri così regolarizzati vengono sottoposti all’operazione di affinamento e stiro che si effettua su uno o più banchi a fusi. Il nastro è fatto poi passare attraverso un gruppo di tre o quattro coppie di cilindri (dette teste di stiramento) e quindi avvolto su fusi verticali rotanti.

Durante questo percorso il nastro in tensione riceve una debole torsione (circa 20-30 giri/m) allo scopo di consolidare la coesione delle fibre, già acquisita nello stiro, e si trasforma in stoppino. Sui fusi esiste un’aletta a movimento variabile in senso circolare e verticale e lo stoppino, che ne segue l’indice, viene a disporsi alla base di essa su un cilindro conico di legno o di alluminio (bobina) preventivamente disposto sui perni. Per assicurare un avvolgimento regolare dello stoppino sulla bobina, in base al titolo e alla produzione del filato da realizzare, è indispensabile che questa abbia una velocità variabile, in relazione al graduale aumento del suo diametro, giacchè la quantità di stoppino che esce dai cilindri è costante. In quasi tutte le filature di cotone ci si limita a un solo passaggio sui banchi a fusi perchè sono stati applicati sui filatoi apparecchi di stiro e regolarizzazione dello stoppino. Alcune filature, che producono filati a titolo molto fine, effettuano due o tre passaggi successivi sui banchi a fusi, chiamati banchi in grosso, intermedi e in fino. Lo stoppino viene quindi passato ai filatoi per la filatura vera e propria.

 

LA FILATURA della LANA_

 pettinata*

Si  procede anzitutto a una battitura meccanica della lana già cernita per eliminare le più grosse impurità, principalmente la paglia, la polvere, ecc.; si pratica poi la sgrassatura e il lavaggio della fibra immergendola in vasche successive nelle quali viene agitata e trasportata dall’una all’altra con un meccanismo di forcelle articolate: all’uscita da ciascuna vasca la lana passa attraverso una pressa formata da due cilindri sovrapposti molto ravvicinati. In generale, quattro-cinque vasche successive costituiscono nel loro insieme una catena di lavaggio. I prodotti detergenti usati sono generalmente acqua calda con soluzioni di sapone o prodotti detersivi ionizzati: spesso l’ultima vasca serve per un semplice bagno di risciacquatura; la temperatura dell’acqua deve essere costantemente controllata per evitare l’infeltrimento della lana. All’uscita dall’ultima vasca la lana passa in un essiccatoio ad aria calda ricevendo contemporaneamente una certa quantità di emulsione lubrificante che facilita le successive fasi di lavorazione. La lana viene poi disposta su una carda a cilindri pettinatori, generalmente doppia (una carda in grosso e una carda in fino) munita di apparecchi scardassatori. I nastri che si formano all’uscita della carda subiscono due passaggi di stiro in macchine con coppie di cilindri rotanti a velocitΰ periferica crescente. All’interno di questi gruppi di cilindri ne esistono alcuni muniti di punte (stiro a cilindro pettinatore), altri muniti di barrette acuminate che seguono il nastro durante i suoi passaggi (stiro a pettine semplice o gill, oppure stiro a pettine incrociato o gill box intersecting, ossia a punte incrociantesi fra loro). Si procede poi a un’ulteriore pettinatura, quindi da una parte si raccoglie il nastro di lana pettinato mentre dall’altra si ammucchiano i cascami formati dalle fibre corte eliminate. Il nastro di lana pettinata viene quindi lavato per eliminare le sostanze grasse usate per la lubrificazione (lisciatura); segue l’asciugatura e un ultimo passaggio su un banco di stiro a pettine per rendere le fibre parallele e disporre il nastro sotto forma di una grossa bobina.

Nella filatura propriamente detta, si effettuano le operazioni di regolarizzazione del nastro di lana pettinata con passaggi successivi di stiro e con binatura su macchine munite di barrette acuminate o di cilindri a pettine: i rapporti di stiro sono sempre superiori a quelli della binatura allo scopo di realizzare simultaneamente la regolarizzazione e l’affinamento. L’ultima macchina della serie (che consta di tre o anche quattro passaggi successivi) comprende, all’uscita, un complesso di due manicotti di cuoio che strofinano in senso oscillatorio il nastro allo scopo di arrotondarne la sezione e trasformarlo in stoppino. L’insieme delle macchine che contribuiscono a queste operazioni costituisce la preparazione di filatura. Lo stoppino ottenuto alla fine della preparazione viene infine trasformato in filato sui filatoi. I filati pettinati vengono classificati per coesione, tenacitΰ e regolaritΰ e sono utilizzati nella tessitura di stoffe a pelo raso dall’armatura visibile (tessuti pettinati) e per la maglieria della migliore qualità.
cardata*

Utilizza  le lane di qualità ordinaria (croisιe) e tutte le lane di seconda scelta: lane corte da pelo, quelle ottenute dalla sfilacciatura, ecc. e dagli scarti della pettinatura (fili a fibra corta). Le operazioni, molto meno complesse di quelle necessarie per la filatura della lana pettinata, sono le seguenti: eventuale sgrassatura e lavaggio se si utilizzano lane ancora in vello; la battitura per sgrovigliare le fibre ed eliminare le più grosse impurità; lubrificazione, incorporando nell’ammasso di fibre una forte quantità di emulsione a base di sostanze grasse (oleine o prodotti sintetici). La lana viene in seguito cardata due o tre volte utilizzando le due o tre carde, del tipo di cilindri a pettine, caratteristiche per tale lavorazione: questo insieme costituisce un assortimento automatico di carderia. All’uscita dalla carda filatrice esiste l’apparecchio divisore che con sottili cinghiette di cuoio taglia il velo di ovatta in tante striscette, arrotondate da manicotti che si muovono in senso oscillatorio per trasformarle in stoppini; questi ultimi, raccolti in bobine, alimentano i filatoi. I filati cardati, sempre meno regolari dei filati pettinati, sono utilizzati soprattutto per la tessitura di stoffe che spesso vengono sottoposte alla follatura (drapperie di vario genere).

FILATURA della SETA_

Utilizza  le filacce del lino stigliato. La prima operazione è la pettinatura, che serve a sistemare longitudinalmente le fibre per ridurle alla finezza richiesta; contemporaneamente elimina i filamenti corti e le materie estranee (legno, paglia, ecc.). La pettinatrice comprende due nastri continui in cuoio, l’uno sovrapposto all’altro, mossi in senso rotatorio, ma contrastanti fra loro. Su di essi sono fissate barrette metalliche munite di punte; quelle del nastro superiore si incrociano con le punte del nastro inferiore. La quantità di lino trattata viene regolarmente dosata da apposite pale in una pressa costituita da due placche metalliche che premono l’una contro l’altra lasciando passare le fibre per la loro lunghezza (una sola macchina può essere dotata di dieci, dodici, sedici, venti presse). La pressa, carica di lino, è sistemata su un piano mosso da un movimento a saliscendi che ha la funzione di introdurre il lino nei due nastri continui della pettinatrice. All’uscita della prima pettinatrice le presse vengono aperte e il lino viene disposto in modo da poter essere lavorato su una seconda macchina, simile alla prima ma dotata di punte più fini, sulla quale vengono trattate le fibre sfuggite alla prima pettinatura.

Si procede in seguito alla trasformazione dei fiocchi di lino in un nastro continuo per mezzo di un banco di stiro in grosso, su cui si realizzano piω passaggi a stiro e più accoppiamenti allo scopo di amalgamare meglio le fibre; si effettua infine un affinamento sul banco a fusi. Tutte le macchine adibite a queste due ultime lavorazioni comportano barrette a punte che sostenendo il filo da un passaggio all’altro lo rendono contemporaneamente parallelo.

FILATURA della IUTAe la CANAPA_

La filatura vera e propria, a secco o a umido, si ottiene con filatoi appositamente studiati. Gli scarti derivati dalla pettinatura, insieme con la stoppa raccolta durante la stigliatura del lino macerato, vengono utilizzati previa lavorazione in carderia, stiro, passaggio su banchi a fusi e filatoi. Con essi si ottengono filati meno regolari di quelli provenienti dal lino pettinato e tuttavia atti a numerose applicazioni; la qualità di questo filato può essere migliorata soltanto con una pettinatura praticata, dopo la cardatura, su una pettinatrice a sezioni.

Si  inizia questa filatura con un ammorbidimento dei fili di iuta, sempre molto duri, effettuato con una macchina speciale a rulli (di preferenza del tipo Good) avente catene senza fine munite di barrette con aculei. Durante l’ammorbidimento la iuta viene abbondantemente lubrificata con un’emulsione di oli diversi. In seguito, si procede a due cardature successive, quindi allo stiro e all’accoppiamento dei nastri ottenuti dalle carde (tre passaggi sul banco di stiro); per la filatura vera e propria si adoperano i filatoi ad alette.
La  canapa delle migliori qualità viene lavorata come il lino pettinato, mentre le canape ordinarie, usate in corderia, sono filate con lo stesso procedimento della iuta.

NYLON a cura di Jonni Bongallino

Il nylon nasce nel 1935 ad opera del chimico Wallace Carothers, impiegato della ditta americana DuPont de Nemours ®, ed è commercializzato a partire dal 1939. Fibra sintetica derivata dalle poliammidi, fu dapprima usato nella fabbricazione di uno spazzolino da denti con le setole di nylon ed in seguito rapidamente adottato dall’industria tessile che, già nel 1939, lo utilizza per la fabbricazione delle calze da donna. Grazie al nylon le calze diventano, negli USA, un accessorio a portata di tutte le donne e una ventina di anni più tardi si riesce persino a fabbricarne un modello senza cucitura. Il nylon e usato anche nella confezione di camice, in impermeabili,  biancheria intima, costumi da bagno, calze ed indumenti sportivi…
Da allora, al nylon si sono aggiunti il ​​poliestere, la lycra e molte altre fibre sintetiche che hanno rivoluzionato il mondo dell’Industria tessile.
CARATTERISTICHE_
Il nylon viene prodotto sotto forma di filo continuo, di fiocco o di setole. Può essere opaco o lucido ed è generalmente di colore bianco, è prodotto anche tinto in pasta. Mediante speciali filiere si possono produrre diversi tipi di nylon: a sezione trilobata, nastriforme o profilata.
Il nylon ha un peso specifico molto basso 1,14, ha un’eccellente tenacità, buon allungamento delle fibre (dal 20 al 60%); ottima ripresa elastica e resistenza a flessioni ripetute e all’usura, ha stabilità dimensionale al lavaggio anche a 100 º C, resiste notevolmente alle muffe, ai Batteri e agli insetti. Non viene attaccato dai solventi abitualmente utilizzati nei lavaggi a secco e nemmeno da alcoli,  aldeidieteri , ah Una ripresa all’umidità del 4%, la Più alta fra le fibra sintetiche. E non tossico e non produce allergie: EVENTUALI Reazioni cutanee Sono dovute esclusivamente un Insufficiente lavaggio DOPO le operazioni di filatura, tintura e tessitura. Resiste al ferro da stiro a 180 º C (il nylon G a 140 º C): la TEMPERATURA di rammollimento ha Inizio a 235 ° C (per il nylon 6 a 160 º C), Quella di Fusione E sui 250 ° C (210-220 ° C per il nylon 6). Accostato alla fiamma Fonde prima di toccarla producendo odore di sedano e sferette dure e Regolari; s’infiamma con Difficoltà Molta. Tra Gli svantaggi del nylon VI IT ONU alto allungamento di un CARICHI bassi; Sensibilità Agli ACIDI, SOPRATTUTTO Caldi; Fusione per contatto chat con brace di sigaretta, un facilitatore caricarsi elettrostaticamente e ad attirare pulviscolo; forte bioccolatura nia Tessuti da fiocco. Inoltre, salvo per alcuni Tipi speciali di nylon, ah Una Ridotta Resistenza alla luce e alle intemperie.
1959_remington_nylonCASO di APPLICAZIONI_

Nel 1950, Remington Arms era interessato nella progettazione di un fucile che era più economico da produrre. Dopo l’analisi, ingegneri determinato che c’erano risparmio che si trovano nella produzione dei ricevitori e delle scorte di fucili. Così Remington ha chiesto ingegneri chimici in DuPont a venire con una plastica che potrebbe sostituire sia la parte in legno e il ricevitore. Le specifiche date a DuPont chiamato per un materiale che potrebbe essere formato in qualsiasi forma desiderata, ma che aveva anche una elevata resistenza agli urti e resistenza alla flessione. [ 2 ]

Dopo alcune ricerche, DuPont è tornato a Remington con un composto che chiamavano Nylon Zytel-101 ​​. Zytel è il marchio di DuPont per Nylon. Questo composto è stato infine utilizzato per produrre il brodo e il ricevitore. [ 2 ]

PROCESSO PRODUTTIVO_

Per ottenere le fibre tessili il polimero di partenza viene fuso, in atmosfera inerte, entro un serbatoio sul fondo del quale si trova una griglia formata da una serpentina percorsa da un gas a temperatura sufficiente per provocare la fusione.

Dal serbatoio, una o due pompette a ingranaggi lo spingono, attraverso un filtro a sabbia, alla filiera che ha fori del diametro di alcuni decimi di millimetro e in numero corrispondente alle bavelle che deve possedere il filato. Il polimero si solidifica per raffreddamento e il filo così ottenuto, dopo essere statot rattato  con prodotti antistatici, viene avvolto su di una rocca o su di una bobina.

La velocità di filatura è sempre molto elevata (800-1000 e più metri al minuto). Il filo, così come esce dalle filiere, non possiede ancora le proprietà caratteristiche del nylon commerciale per cui deve essere sottoposto allo stiro, che consiste nel far subire al filato un allungamento irreversibile; questo può far raggiungere al filo una lunghezza quattro volte quella primitiva.

Il nylon può essere prodotto a tenacità elevata (per usi industriali) variando il grado di polimerizzazione e diminuendo lo stiro.

Il nylon ha la proprietà di conservare la forma che gli viene data mediante il fissaggio, operazione che consiste nel riscaldare a 160-180 ºC, a secco o per mezzo di vapori sotto pressione, i filati o i manufatti.

Il fissaggio dei tessuti di nylon è indispensabile in quanto, rendendo immutabile la forma dell’intreccio, impedisce lo scorrimento dei fili e conferisce ai manufatti la proprietà di riprendere la loro forma dopo i lavaggi. Questa proprietà è sfruttata anche nella produzione di filati in nylon elasticizzati, anche noti commercialmente col nome di filanca.

L’elasticizzazione viene ottenuta ritorcendo fortemente il filato, facendolo passare attraverso un forno riscaldato elettricamente alla temperatura voluta e detorcendolo completamente. Quest’ultima operazione, mentre annulla la torsione, non elimina la curvatura che le singole bavelle hanno acquistato durante il passaggio del filato ritorto nel forno. Ne risulta un filato formato da un groviglio di anse disposte in tutte le direzioni e dotato di un’elasticità straordinariamente elevata dovuta al fatto che viene sfruttata la possibilità di estendersi delle singole bavelle. Il nylon elasticizzato trova impiego nella produzione di costumi da bagno, pantaloni da sci e ogni altro tipo di tessuto elastico.

VANTAGGIE e APPLICAZIONI COMUNI (testurizzazione ,il fiocco d nylon,in setola )

Essendo una fibra termoplastica è possibile stabilizzare gli intrecci del nylon, per evitare le gualciture e le deformazioni a caldo umido, testurizzarlo, applicarvi pieghe e pieghettature, goffrarlo. L’insieme delle sue doti pone il nylon a un livello superiore a quello di qualsiasi altra fibra tessile, per cui trova impiego in quasi tutti i settori dell’industria tessile, dal vestiario, all’arredamento, ai tessuti industriali. Se in filo continuo, viene usato per la fabbricazione di calze da donna e uomo, biancheria intima e corsetteria, camiceria, cravatte, impermeabili, abiti femminili, giacche a vento, tendaggi, ombrelli, tulle e merletti, filati cucirini. Il nylon a più alta tenacità è usato per carcasse di pneumatici, reti da pesca, corde, tessuti per paracadute, nastri trasportatori, cuscinetti, pulegge, cinghie di trasmissione, cinture di sicurezza per automobili, copertoni impermeabili, manicotti antincendio, serbatoi gonfiabili, capannoni ad aria (palloni), ecc.

Il nylon testurizzato viene usato per maglieria, costumi da bagno, pantaloni da sci, calze da uomo e donna, confezioni da donna, tappeti,moquettes.

Il fiocco di nylon, in puro, viene usato per articoli in cui sia richiesta un’elevata resistenza meccanica e alle sostanze chimiche (tappeti, filtri, tessuti isolanti, ecc.); in mischia con cotone, e soprattutto con lana al 5-30%, è adoperato in tutti gli impieghi tessili; la percentuale di fiocco di nylon conferisce ai prodotti maggiore resistenza all’usura, migliore mantenimento delle pieghe e stabilità dimensionale al lavaggio, più alta resistenza a trazione, che permette la produzione di filati più sottili, di lavorarli meglio sui telai meccanici e di fabbricare tessuti più leggeri.

In setola il nylon trova impiego nella fabbricazione di spazzole, pennelli, reti, corde. Per le sue buone caratteristiche meccaniche (in particolare l’elevato modulo di elasticità a flessione) il nylon è molto usato anche per lo stampaggio a iniezioni di particolari meccanici di precisione. L’inconveniente principale è costituito dal forte assorbimento di acqua (fino al 10% per il nylon 6 a saturazione) che comporta anche variazioni dimensionali e di resistenza; in presenza di umidità, si preferisce perciò impiegare il nylon 11 o 12 (undecammide e dodecammide) di costo maggiore, ma con assorbimento d’acqua inferiore all’1%. Le caratteristiche meccaniche possono essere ulteriormente migliorate con l’aggiunta di fibre di vetro.